
“… BEATI GLI INSENSIBILI ALLA MALINCONIA,
QUELLI CHE STANNO BRINDANDO ALLA MIA…”
… le mie parole son capriole, palle di neve al sole…
Di vita faccio quasi 23, e di cognome, un cognome che nessuno capisce mai. Infatti è nato sbagliato fin dall’inizio, quando il tipo all’anagrafe lo capì male, e male lo trascrisse. In famiglia ognuno di noi ha 3 cognomi diversi. La pigrizia è il motore del mondo. Paradosso. Adesso siamo in 4 sull’elenco con questo cognome qui. Comunque non c’entra niente. Per i miei 23 anni di vita voglio il ministero della semplificazione. No, non quel ministero farsa là. Un ministero della semplificazione di tutte le cose. E a chi ci va gli passano i problemi, i malumori, e tutti gli scazzi dell’età. Lo vorrei io perché saprei che farci. Metterei un timbro su tutte le cose andate male, e il pacco col dolore lo rispedirei a chi l’ha causato. Posta prioritaria. E con me funzionerebbe. Poi vorrei il ministero della felicità, da dispensare anche a caso certe volte, perché tutti se la meritano. Ma non troppo, perché c’è anche chi non sa che farsene. A chi ne ha avuta meno se ne dà di più, a chi più se la merita, più se ne prende. Il ministero dell’amore non lo so. So che ci vuole culo, e quindi quello lo vorrei. Il ministero del didietro. Con quello poi metterei in pari il ministero dell’amore. Un po’ di regole, meno culo, e tanto cuore. Che tanto la rima cuore- amore è la più scontata e immediata che c’è, anche se amore dovrebbe fare rima con polmone. Almone. Che l’amore non conosce regole non è mica vero. C’è quella dell’amico; quella della lontananza, che è come il vento; quella che c’è sempre uno più innamorato dell’altro, il debole tra i due; quella dei ritorni inattesi; quella di chi prima s’accontenta e poi se s’accontenta ancora forse gode; e quella di chi tratta male, e ferendo l’oggetto del suo amore lo porta a sé come il pane chiama la nutella. A queste non si può far fronte neanche con un ministero, credo. Però oh, ci si può provare. Dite che non sarebbe bello vivere nel migliore dei mondi possibili? Siete quelli che pensano che la felicità a portata di mano è fin troppo banale? Siete quelli che d’amore ne avete avuto così tanto, che non sapete più a chi darne? O siete quelli che non l’hanno ancora capito? Che un giorno pensano che sia il destino, e il giorno dopo gli viene in mente quella frase che dice che il destino è il nome che gli uomini danno alla loro imbecillità. I rifiutati, i perfezionisti, gli architetti dell’amore, quelli mai contenti, alla ricerca solo di qualcosa che non possono avere, e quello che hanno non lo vogliono. O quelli che s’innamorano sei volte al giorno, e tutte e sei è vero, che fanno i viaggi, che saltano gli ostacoli, che vedono sempre tutto mezzo pieno. Chi siete? Io sono quella che ha appena scelto il desiderio delle candeline di quest’anno, quella che si augura che 23 sia veramente quello che dicono a Roma, e che non si esaurisca a 24.
Io sono solo quella che se ci fosse il destino, vorrebbe a questo punto anche quel ministero lì.

“… ACCIREME,
SI NUN’O SSAJE SO’ SEMP’ IO CHE AVVELENO A PARLÀ ...”
...non sarebbe bello non farsi più del male?
non sarebbe strano se capitasse a noi?...
Per esempio io ho sempre scritto. E cantato. Da quando ho imparato a parlare e a tenere in mano una matita sono state le uniche due costanti della mia vita. Tipo che, come dico sempre, mio fratello ha cominciato ad odiarmi quando ho emesso il primo suono, perché era chiaro che non avrei più smesso. Infatti stavo in piedi alle 6 del mattino a cantare qualche Denver, qualche supercalifragilistichespiralidoso, qualche Battisti sentito in macchina con papà. Dalle 6 del mattino finché non entravo all’asilo, dove continuavo indisturbata. Cantare lo faccio ancora eh, ma le 6 del mattino le vedo solo se costretta. Perché ci vuole un buon motivo per alzarsi dal letto. Da piccola stavo sempre in giro nelle ore più assurde, così presto che adesso faccio davvero fatica a riconoscermi. È che da bambini è tutto nuovo, è tutto bello, tutto colorato. Quasi tutti i giorni. Poi cresci e se non conservi un po’ di quel bambino i colori non li vedi più, tutte sfumature tendenti al grigio, quando proprio dice bene. E i colori te li devi andare a cercare. Mica è facile.
Per esempio io quando ho iniziato a scrivere davo un titolo a tutti i miei disegni. Che ne so, forse mi sembravano belli. Poi cresci e trovi sempre qualche imperfezione, e cominci a strappare i fogli e a ricominciare, strappare e ricominciare. Perché i fogli con le cancellature non mi sono mai piaciuti, e per la verità neanche le persone… quelle con le cancellature dico. E dopo qualche anno ci prendi gusto, a strappare le cose.
Per esempio io quello che ho scritto, facciamo dai 14 anni in poi, l’ho sempre strappato. Quasi niente è sopravvissuto alla mia ghigliottina, e quel poco che è rimasto mi fa molto ridere. Dico, mi credevo tormentata, ma se mi vedessi adesso, con gli occhi di allora imparerei a guardare diversamente…
Che per esempio io dei miei 16 anni ho ancora la faccia, e almeno un paio d’altre cose che non vorrei avere.
Anche se ho scoperto giusto adesso che domani saranno 23 giorni ai miei 23 anni.
Molto leopardiana già a 14 anni, a pensarci bene è strano che sulle mie spalle non ci sia neanche un accenno di gobba, e nemmeno sul mio naso. Un motivo in meno per cui lagnarsi, anzi due. Per esempio, dicevo, tutto quello che scrivevo l’ho stracciato, finché non ho aperto questo blog. Io che un diario vero non l’ho tenuto mai, ho aperto un blog e l’ho gettato nel vasto mare di internet, e quello non lo puoi strappare. Io che scrivevo solo su pezzi di carta sparsi, o superfici cancellabili, a 5 mesi dai 20 anni ho aperto un blog, e per un po’ non ho parlato di me, sono rimasta tra le righe, cercando di osservare senza farmi “vedere”. Temevo perfino gli sconosciuti più lontani, che si sono invece dimostrati fin troppo generosi nei giudizi. In realtà questa prima parte del blog è quella che amo meno, troppo controllata, troppo impaurita. Ma è forse quella che piace di più a chi legge, così lontana dalle pippe mentali che mi sono sempre fatta, che non osavo pubblicare, e di cui adesso sommergo la rete.
Sarà che sono egocentrica, ma a quelle pippe mentali ora ci tengo, mi piacciono i miei post tristi più degli altri, in cui io sostanzialmente non ci sono. Mi piacciono perché io sono anche così, una rottura di palle bella buona. Vagamente bipolare credo, perché non sono quasi mai con gli altri, così come sono con me.

“…HO AVUTO IL MODO ED ANCHE IL TEMPO DI CAMBIARE
E L’HO PASSATO A IMPROVVISARE…”
Ma… gari,
avessi un’altra volta un’altra vita.
Ma… gari
questa volta un libretto d’istruzioni.
Ma… gari,
avessi altri occhi, e un altro cuore.
Ma… gari,
altri polmoni, e un altro modo di desiderare.
Ma… gari,
questa volta una leva da tirare.
Ma… gari, eri già qui.
Ma… gari, non ci siamo mai incontrati.
Ma… gari, non ti ho ancora conosciuto.
Ma… gari, te ne sei andato.
Ma… gari,
saper fare le domande.
Ma… gari,
l’ho chiesto tante volte, me ne sarebbe servita ancora una.
Ma… gari,
il tempismo.
Ma… gari,
l’irrazionalità, il non orgoglio, l’ essere né duri né puri.
Ma… gari,
non esisti. Oh, può succedere. La felicità è per pochi.
Ma… gari,
ci siamo parlati una volta, e ti è sembrato di sbattere la testa contro un muro.
Ma… gari,
come in quei film in cui il protagonista diventa un fumetto e sogna di uccidersi nei modi più strani per allontanarsi dalla donna di turno. Tò, sono io a scrivere, e neanche qui faccio la protagonista…
Ma… gari,
magari adesso sta leggendo.
E pensa. Ma? O magari?
Ma anche no, pensa.
Ma… gari,
ha più risposte di me.
Ma… gari,
un giorno avrà voglia di raccontarmele.
Ma… gari,
leggendo queste parole senza senso,
così, senza pensare, che è poi come io le ho scritte io,
senza pensare pensa solo:
Ma… gari.
“…NESSUNO È PERFETTO…”
Una volta, qualche anno fa, lessi su una rivista di cinema, che era questa, la citazione “filmica” più celebre degli ultimi chessò, 100 anni. “Nessuno è perfetto”. La frase chiave di “A qualcuno piace caldo”. Chiusura fantastica. Comunque, decontestualizzando, nella vita e perfino su pellicola, nessuno è perfetto. Cambiano le battute, passano gli anni, aumentano gli errori accumulati, e si continua a sbagliare. Nessuno è perfetto. Pensate, perfino Katie Holmes persiste in quell’assurdo taglio di capelli da America patinata photoshoppata. Perfino lei, la dolce Katie, con quel taglio potrebbe essere la mammina ammazza tutti e pulire il lavandino con del buon disinfettante di marca dal sangue della sua ultima vittima, e poi posare per qualche photoshoot bella e sorridente come non mai (capelli a parte) come se nulla fosse. Per non parlare di Jessica “don’t call me latina” Alba, che ha passato quel periodo da bionda ossigenata, e poi quello da bionda ossigenata con taglio corto. E che vogliamo dire di quel piccolo, ma consistente errore, che ha riportato Gwyneth Paltrow all’altezza dei comuni mortali? Oltre al nome della povera figlia… Mela (arancia, susina, banana, fragola, melone)? Vogliamo parlare di quel film che nessuno ha visto, tranne me, la madre, il padre, i Coldplay, e qualche insonne? Quello in cui faceva “Una hostess tra le nuvole”?
E non parlo di uomini, semplicemente perché oltre ad essere vostra la responsabilità del 90% delle insicurezze di una donna, voi uomini avete dei precedenti così “illustri”, vedi Berlusconi, Bossi, Bondi, Calderoli, e questi solo “locali”… che è chiaro che la perfezione non è nel vostro dna, né neanche lontanamente nel vostro destino, non serve interrogarsi oltre. È invece a questo punto certo, che se anche Katie Holmes, Jessica Alba e Gwyneth Paltrow, hanno commesso degli errori… in questa vita qui… NESSUNO È PERFETTO!

GO GO TALES
Liberamente tratto
(infatti questa versione è migliore)
- Cazzo non abbiamo più i soldi, cazzo, per tenere aperto questo locale di spogliarelli, cazzo, come facciamo, cazzo?
- Cazzo, se voi non ci pagate col cazzo che ci spogliamo, cazzo, che qui la beneficenza non la fa nessuno, cazzo!
- Cazzo mi si sono bruciate le chiappe con la lampada solare, cazzo!
(isteria della bionda in scena, e il film cattura per un attimo l’attenzione del pubblico in sala)
- Cazzo stai tranquilla cazzo, sono più importanti le tette del culo!
- Cazzo ma non abbiamo più i soldi per mandare avanti il Paradise!
- Cazzo Ray, ce li siamo giocati tutti, giochiamoci pure tutti quelli che ci sono rimasti!
- Cazzo Jay, sei un cazzo di genio del cazzo!
(a questo punto lode a Lucia che crede di avere la lampo del giacchetto incastrata e non riesce ad infilarselo, in realtà sta solo cercando di aprirlo dalla parte del collo. Lode a Lucia che mi ha chiesto aiuto, facendomi passare i 10 minuti più eccitanti di tutta la serata, permettendomi non solo di tenermi occupata, ma anche di scoprire che quello non era il verso giusto per aprire la lampo, facendomi sentire un po’ più intelligente degli ”attori in sala”. A pensarci questo mi ricorda di quando Lau credeva di essere rimasta chiusa in ascensore…lasciamo stare…)
- Cazzo Ray, queste dicono che se non le paghi non si spogliano più!
- Cazzo Jay, cazzo dici? Hai mai visto una spogliarellista che non si spoglia?
- Cazzo, e fatela finita, voglio i miei cazzo di soldi fottuti del cazzo, gnè gnè!
(Asia “tanto rumore per nulla” Argento, tocca gratuitamente le tette di una collega, si spoglia mostrando due ornamenti da tenda appesi ai capezzoli, e dopo aver limonato allegramente con un cane, ecco per un attimo il film cattura di nuovo l’attenzione del pubblico in sala… merito del cane, e delle preghiere che tutti hanno rivolto al loro personale dio: “fa che Asia Argento possa un giorno imparare a parlare, amen”)
- Cazzo abbiamo vinto la lotteria cazzo eh, cazzo eh, cazzo abbiamo vinto, il Paradise è salvo, e la lap dance con lui!
- Scamarcio che ci fai qui? Che questo film abbia riunito il peggio dell’occidente tutto?
(la mia battuta a Scamarcio e
- Cazzo abbiamo perso il biglietto vincente della lotteria, cazzo, come cazzo è possibile che ti scrivi sempre tutto su quel cazzo di computer del cazzo? Cazzo cazzo cazzo!
- Cazzo io non mi spoglio!
- Cazzo ha detto che sta in banca a prendere i nostri soldi!
- Cazzo quanto sei cretina, le banche di notte sono chiuse!
- Cazzo io non ti do più una lira, chiudi sto cazzo di locale di lap dance del cazzo!
- Cazzo io non ho più soldi, avevo vinto alla lotteria, ma ho perso il biglietto, dovrò chiudere il Paradise, questa cosa mi spezza il cuore, perché qui c’è tutta la mia vita, voi siete le mie artiste e io mi prendo cura delle mie artiste, dicevo mi si spezza il cuore cazzo, ma prima di cazzo dicevo cuore, e proprio mentre dicevo cuore…ecco qui che trovo il biglietto ehhhhhh, siamo ricchi, ehhhh, pè pè pè pè pè pè, pè pè pè pè pè pè, pè pè pè pè pè pè pè pèèèèèèèè, stava nella tasca che ce l’avevo messo quando avevo portato la giacca in lavanderia. Una trovata originale, come le ultime 2 ore di film, non trovate, cazzo?
- Insomma la metà dei soldi vanno via in tasse, cazzo?
- Sì, cazzo!
- E l’altra metà vanno reinvestiti, allora giochiamoceli…
- Sì rigiochiamoci pure le mutante cazzo! Che idea fottutamente geniale, cazzo!
Lucia… Lucia… oi… Lucia, svegliati… dai che il film è finito…

“…SONO UN VINILE CHE SI STA INCANTANDO…
...SONO UNA CREMA ALLORA STO IMPAZZENDO…”
…me fece mele a chepa…
Quando squilla il telefono, nella maggior parte delle case italiane ci si guarda con le lacrime agli occhi come per dire “rispondi tu”. E pure a casa mia. Terrorizzati. “Tanto è per te”, dicono speranzosi. E se è per me si rilassano. Manco fosse il remake di “The ring”. Che non è che uno ce l’ha con Samara, ma alla fine chi la conosce, che le dobbiamo dire noi a Samara? Che morirò fra 7 giorni, mi dici? Bene, ma scostati dal televisore che se perdo questa scena facciamo a chi muore prima, funesta Nicoletta Orsomando dei miei stivali. Comunque non ha chiamato, Samara dico, avete fatto caso che le telefonate attese non arrivano mai? Samara, chiama, tanto ti rispondo io! No perché, Samara, fatti una settimanella nei miei panni, e dopo me lo dici che paura ci dovrei avere io di te. BU! Spaventata? FI-FO-NA di una Samara. Almeno ammazzami subito, mettiamo fine a questo supplizio, che c’ho più roba in circolo io delle giovani (?) Britney Spears, Lindsey Lohan, Amy Winehouse, Courtney Love e… cazzo se muoio, DEVONO, venire a cantare ubriache al mio funerale!

Se mi svegliassi domani, e non sapessi più niente di me…
Io che cosa sarei?
E che cosa sareste per me?

L’AMICIZIA È UNA LETTERA VERDE
TRA LE PAROLE T(R)EMO.
T(r)emo all’idea di non averci capito mai niente dell’amicizia. Chissà se Cicerone… o Aristotele… T(r)emo all’idea dei cambiamenti, perché il romanticismo non è solo nell’amore, ma in tutte le cose. E diciamocelo pure, chi tiene un diario, anche se virtuale, è romantico fino alla nausea. Si addormenta la sera pregando di svegliarsi in un bel film e si sveglia la mattina sperando che il desiderio si sia avverato. E quel film ha una bella colonna sonora, protagonisti leali e divertenti, principi azzurri, prati verdi, il rumore del mare, grandi e sinceri ideali ed amici. Gli amici di una vita, quelli che sono sempre stati lì e sempre ci saranno. E quelli che sono arrivati da meno tempo, ma è come se ci fossero sempre stati. Il romantico non è solo uno che crede nell’amore. Il romantico trema all’idea di perdere quelle amicizie, non è mai pronto. E certe volte, ahimè, si affanna in una rianimazione continua. La stiamo perdendo. Mai! Continuate il massaggio… ops… quel crack era lo sterno rotto a forza di massaggiare. Troppo pulp? È che quando una cosa è andata è andata, inutile stare lì a provare. Finisce che la voglia si trasforma in rabbia, senza neanche volerlo, e invece di rianimare rompiamo i ricordi. Diventiamo anche fastidiosi, perché siamo gli unici a rendercene conto. Inizia che vorresti gridare e dire “ma non ti dispiace?”, e finisce solo con delle frasi impronunciabilmente banali. Se fossimo bravi a parlare la metà di quanto siamo bravi a “chiacchierare”, certo, nessun problema esisterebbe. Ma non siamo bravi. E certa gente è tanto meno brava di altra. Io per esempio non sono brava a lasciare andare, finisce sempre che spezzo lo sterno di qualcuno. Metaforicamente. Materialmente invece, vorrei tanto gridare, mordere se capita. Perché sono una romanticona, e ho questa anima nostalgica che non voglio sapere dove mi porterà quando avrò 90 anni, o quando avrò un figlio, un nipote, un bambino piccolo tra le manacce. Dicevo, quest’anima nostalgica che mi impedisce di lasciar scivolare le cose, in un certo senso, perché penso wow 10 anni, wow 16 anni. La me 14enne già conosceva questa persona, che cosa troppo figa, ed era a sua volta conosciuta. E appunto ora io non è che abbia esattamente 90 anni, anzi solo 22, ma mi sembra lo stesso una figata, perché penso che sarebbe uno spreco, e una cattiveria nei confronti della me 14enne e 15enne, e 16enne, buttare all’aria tanti ricordi. Chi ci sarebbe tra 10 anni a ricordarmi com’ero, se non chi era con me? Così io continuo nostalgicamente a rianimare. E mentre tutto sta fermo io mi illudo seriamente che si muova. Mi illudo perché a 14 anni qualcuno era migliore di adesso, beata innocenza. Ma indietro non si torna. E infatti io, innocentemente mi illudo di essere nostalgica, quando so perfettamente che la parola giusta è deficiente. Io sono cresciuta, forse non avrò ampliato il mio vocabolario, ma sono sensibilmente più realista. E continuo a pregare che la gente si affanni a rianimare amicizie intubate, quando so perfettamente che non succederà.
NON HANNO PANE? DATEGLI RETE 4!
È un brutto momento. Se non c’ammazzano i fascisti lo farà l’aviaria. O non c’è più l’aviaria? Qualcuno mi dica che fine ha fatto la febbre dei polli! Immediatamente. Proprio come fecero qualche anno fa, ora che è un brutto momento davvero se ne escono fuori con delle finte emergenze. L’emergenza caldo. Allertata la protezione civile. L’emergenza pioggia. Allertata la protezione civile. L’emergenza rete 4. Allertata la protezione civile. I governi di destra subiscono l’innegabile fascino della protezione civile, non c’è che dire. E in più adottano quella tattica antica per cui non si deve sapere che il mondo sta andando decisamente a puttane. Per la serie facciamogli guardare il dito, così non vedono quello che c’è dietro. Così che dio benedica il caldo, gli alluvioni, i terremoti, gli incendi, e il ponte sullo stretto. Copriranno la spazzatura, metaforica e non, le rivolte, le aggressioni nazi-fasciste con tanto di svastica (e il prossimo che dice che non sono aggressioni politiche intoniamo un piccolo, ma incisivo coro di vaffanculo a te, e buongiorno finezza!), la cordata promessa e non mantenuta, la gente che non arriva più a fine mese, il razzismo dilagante, l’abisso delle differenze sociali che si fa sempre più profondo, il regresso culturale del “nostro” belpaese. La sicurezza non c’è più da quando sono saliti al governo, quindi non vedo di che parliamo, Roma è diventata la capitale dell’odio, c’è sempre bisogno di qualche primato. Come si dice… purchè se ne parli? Ma anche no! In tempo d’aviaria, prima allarmisti e dementi, i nostri politici, sconsigliavano di toccare i piccioni morti, poi rassicuranti e corrotti, si cibavano di pollo fritto sulle reti nazionali, per farci vedere che “ehi, state tranquilli, il nostro pollo è sicuro”, “magari ti ci strozzi”, col nostro pollo sicuro, “che quel pollo sia stato un latin lover e abbia sedotto una mucca pazza”, pregavo tutte le notti, e i giorni a seguito del lauto banchetto. Niente. Alla mondezza nessuno s’avvicina, che puzza, e non si può mangiare, non è sicuro. Almirante era davvero un fascista di quelli pesanti, e non si può mangiare, non è sicuro, e poi è morto, a lui nessuno s’avvicina, non è sicuro. Le persone aggredite solo perché sì, anche loro, non si possono mangiare, non è sicuro. Anche se… no, non si può, no, no no, no! Sono i comunisti che mangiano i bambini. Niente, non c’è niente da fare, niente da mangiare in prima serata. Per fortuna siamo pieni di catastrofi, omicidi, e plastici a porta a porta. Benedetti dunque siano gli alluvioni, e chi li manda. Ma dio… è di destra?

“…CI SONO 30 MODI PER SALVARE IL MONDO,
MA UNO SOLO PERCHÉ IL MONDO SALVI ME…”
Per tutti quelli che parlano inglese o si divertono con le lingue, imparare qualcosa “a memoria” è “to learn by heart”. Perché in effetti non c’è niente di meglio del cuore per imparare. Perché in effetti è così che ti vorrei conoscere, “by heart”, e non a memoria. Come una canzone, come quei film che ho visto 100 volte. Non è a memoria che ne saprei ricostruire le scene e le sfumature melodiche, ma piuttosto è “a cuore”. Me lo diceva uno che di musica ne capisce, quando guardavamo lo spartito e io facevo le mie facce strane, che bisogna impararlo “by heart”, che non serve la memoria, e che anche il verbo “accordare”, viene dalla parola cuore. Infatti non c’è niente di meglio per armonizzare, che il cuore stesso. Come non c’è niente di meglio per incasinare le cose, che un cuore che fa male. Che se non è accordato, manda in corto tutto il resto. È per questo che vorrei ci fossimo accordati meglio, per questo che ti vorrei conoscere “col cuore”, ti farei spazio tra le storie e le canzoni e le immagini, e non sarebbe un problema, ci staresti largo. Metterei in ordine, farei entrare la luce. Per questo che le cose imparate a memoria si scordano (e anche qui si ha a che fare col cuore) subito, mentre quelle che ricordi “col cuore”, passa un miliardo di anni, e le ritrovi lì, appena un po’ impolverate. Guardando alle cose per impararle a memoria, la testa si chiude, ma andando ad orecchio, ti si apre il cuore. Un ricordo studiato a memoria ti tradisce, uno afferrato “col cuore” no. Così vorrei conoscerti “col cuore”, e così vorrei che mi avessi conosciuta. Come ricordo le canzoni che suonavano in macchina, o le frasi che da dietro non potevo sentire, come conosco il rumore del battito che accelera e del respiro che prova a rallentarsi mentre si fa più corto… col cuore, e non a memoria.
